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Published on Giugno 15th, 2010 | by Nidil_Firenze

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Controcanto per il Sen. Ichino

ichinoScrive il senatore PD Pietro Ichino al direttore del Corriere della Sera, lunedì mattina: “Caro Direttore, quale che sia il risultato finale della partita che si sta giocando in queste ore alla Fiat di Pomigliano d’ Arco, essa costituisce l’ennesima conferma della grave inadeguatezza del sistema italiano delle relazioni industriali rispetto alle sfide dell’ economia globale.” Le sfide dell’economia globale, secondo Ichino, si compongono così: da una parte l’imprenditoria straniera, che porta con sé innovazione, quindi maggiore produttività del lavoro e più alte retribuzioni. Dall’altra un sindacato “profondamente diviso, incapace di darsi le regole necessarie per evitare che la divisione generi paralisi e impedisca una valutazione di un piano industriale a forte contenuto innovativo.” Innovativo, però, anche “in deroga rispetto allo standard posto dal contratto collettivo nazionale – riguardi essa l’organizzazione del lavoro, il sistema di inquadramento, gli orari, o la struttura delle retribuzioni”, e che, dice Ichino, a priori potrebbe rivelarsi cosa positiva o negativa, ma è comunque un’opportunità da vagliare. Ichino suggerisce quindi che, per non privarsi della possibilità di attirare sul nostro territorio un’imprenditoria straniera più innovativa, maggiore produttività del lavoro e più alte retribuzioni, senza che questo si riduca a «dumping sociale» (cioè di «concorrenza al ribasso»), “è indispensabile che il sindacato sappia (e possa) operare come intelligenza collettiva dei lavoratori nella valutazione del piano industriale che viene proposto e delle alternative disponibili”. Ora, trovo il ragionamento, che ho qui semplificato, sicuramente degno di nota. Tuttavia vorrei cercare di capirne a fondo alcuni punti: – in primis: stiamo ragionando su un’ipotetica industria straniera o su un’industria italiana che dopo aver goduto per anni di sostegni finanziari pubblici ha delocalizzato la maggior parte della sua produzione all’estero? – se parliamo di questa industria italiana, qual è l’innovazione del progetto proposto in un quel particolare contesto? – se il progetto è innovativo, si prospetta in modo effettivo, a fronte di una deroga al contratto nazionale, una maggior occupazione, maggior produttività e, infine, maggiori retribuzioni? Se la risposta è negativa a tutte queste domande, potremmo infine parlare dell’operazione di Pomigliano come di una sorta di “ricatto” a fronte della possibilità dumping sociale (leggi delocalizzazione)? Qualunque sia la risposta a queste domande, non toglie che il sindacato debba in ogni caso interrogarsi sulle regole attraverso cui arrivare a gestire le relazioni industriali, e personalmente mi auguro che il tempo si trovi perché il problema effettivamente esiste, e il contesto è davvero problematico: infatti, di fronte ad un’industria globalizzata che ha a disposizione molteplici scelte imprenditoriali, come possono reagire i sindacati nazionali divisi tra loro, ognuno dei quali, chi più chi meno, rischia di essere diviso addirittura al proprio interno? Chi ha una risposta ad una qualsiasi di queste domande me lo faccia sapere.


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