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Published on Settembre 30th, 2009 | by Nidil_Firenze

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RASSEGNArsi mai!!! 23-29 settembre

rassegna-stampa-giornaliQuando chi prepara la rassegna stampa settimanale del NIdiL trova abbondante materiale da esaminare, purtroppo raramente è una bella cosa.
Anche la settimana 23-29 settembre è stata dominata da temi che ci interessano,e non si tratta, ahinoi, dell’annuncio di un risanamento della legislazione sul lavoro, bensì delle reazioni alle rilevazioni sull’aumento della disoccupazione.

Scegliamo come di consueto le parole di Tito Boeri, sulla Repubblica del 23 settembre , per quantificare il fenomeno: depurando il dato di eventi incidentali (stagionalità, normativa di regolarizzazione immigrati) “…in questa recessione abbiamo sin qui perso 562mila posti di lavoro… tre posti su quattro distrutti dalla crisi sono contratti a tempo determinato,collaborazioni coordinate e continuative e altri lavori autonomi che probabilmente malcelano posizioni di lavoro subordinato…tutte posizioni non coperte dagli attuali ammortizzatori sociali.”

Ora, siccome sennò sembra che siamo solo noi e quelli della voce.info a insistere sul fatto che allargare gli ammortizzatori sociali sarebbe un intervento prezioso per non moltiplicare gli effetti della crisi, facciamo un passo indietro e diamo un’occhiata alle 8 pagine di riassunto in italiano del rapporto OCSE “Prospettive dell’occupazione 2009: Affrontare la crisi del lavoro” uscito 15 giorni fa: http://browse.oecdbookshop.org/oecd/pdfs/browseit/8109156E5.PDF

“La prima linea di difesa è rappresentata dagli ammortizzatori sociali (sussidi di disoccupazione e assistenza sociale), che offrono un sostegno essenziale al reddito di chi perde il lavoro durante il rallentamento economico (…). La loro copertura è tuttavia scarsa in alcuni paesi dell’OCSE e in particolare in quelli in cui i lavoratori a tempo parziale, temporanei e ‘atipici’ costituiscono una quota significativa delle forze di lavoro. Gli appartenenti a queste categorie sono spesso i primi a essere licenziati e godono di minori diritti a prestazioni. In diversi paesi sono state adottate diverse iniziative intese a estendere la copertura e, in certi casi, la durata massima delle prestazioni per accrescere l’efficacia degli ammortizzatori sociali. Tali misure dovrebbero essere tuttavia definite attentamente per ridurre al minimo gli effetti sfavorevoli sugli incentivi al lavoro, che potrebbero allungare il periodo trascorso senza un impiego.” In poche parole, si preoccupa la severa OCSE, bisogna evitare il rischio che i disoccupati rallentino la ricerca di nuova occupazione a causa di un periodo troppo lungo di copertura sociale… be’, è un rischio che l’Italia non corre: come si evince dalla tabella allegata a questa considerazione, per (pochi) italiani è prevista una copertura di un anno al massimo, con il 37% dell’ultimo salario: in media su 5 anni il 7% dello stipendio, e questo ci colloca buoni terzultimi (prima di coreani e statunitensi al 6%) sui 29 paesi per cui il dato viene presentato. Ora, non si vuole indicare l’esempio della Norvegia (al primo posto con il 72% dello stipendio per 5 anni) ma l’11esimo posto degli spagnoli (69%-65%-25%-25%-13%) ci sembra uno schema che potremmo cercare di strappare al nostro governo.

Sulla Stampa è Lucia Annunziata che segnala peraltro come la
disperazione per l’aumento della disoccupazione spinga i capi di governo
a “violare il loro impegno contro il protezionismo ogni tre giorni”, nel tentativo di salvare i lavoratori da un flagello la cui intensità non diminuirà nei prossimi due anni – neppure se la timida ripresa economica dovesse consolidarsi. E se perfino negli USA il Presidente Obama adotta un provvedimento “socialista” come il sostegno alla sindacalizzazione in tutto i luoghi di lavoro, vuol dire che i governanti coraggiosi non si stanno risparmiando manovre audaci.
E pur se obtorto collo anche il nostro governo qualche passo indietro lo fa: non possiamo non festeggiare la pubblicazione, riferita dal Sole 24 Ore del 26 settembre, del decreto-legge che cerca di contenere gli effetti disastrosi dal punto di vista occupazionale del taglio dell’organico della scuola: per insegnanti e ausiliari che hanno lavorato fino all’anno scorso, priorità nell’accesso alle supplenze più brevi, accesso all’indennità di disoccupazione (il 60% del salario per 8 mesi, per 12 per gli ultracinquantenni) e alle retribuzioni per alcune tipologia di progetti formativi. Non si può dire che quenti provvedimenti pongano rimedio anche agli effetti devastanti dei tagli
sulla qualità dell’istruzione, ma non è questo il tema della nostra rassegna e quindi ne taceremo, limitandoci a indicare la strada percorsa dai bravi precari della scuola che con la loro mobilitazione hanno ottenuto un intervento del governo nella giusta direzione.

Per un gruppo che tira un sospiro di sollievo, un altro gruppo, più piccolo ma dal significato decisamente simbolico, resta al massimo livello di tensione: si tratta dei 317 cococo che hanno lavorato fino ad oggi per procurare all’ISTAT proprio i dati sulla disoccupazione che abbiamo commentato

finora! Come riferito da Repubblica e dalla Stampa del 24 settembre, l’ISTAT ha deciso di esternalizzare all’IPSOS la raccolta di questi dati, e ai precari che l’hanno svolta negli ultimi anni questo lavoro viene somministrata una calda pacca sulle spalle. Vale la pena di entrare nel dettaglio di questo episodio amaro, e ci documentiamo dal sito dell’ISTAT stesso. L’ISTAT conduce periodicamente molteplici indagini, e molte sono strutturate con una metodologia uniforme su tutto il territorio europeo in modo da fornire dati affidabili all’EUROSTAT. La “Rilevazione sulle forze lavoro” è tra queste, ed è una delle indagini più delicate, per ovvie ragioni, e delle più complesse, perché viene svolta in continuazione e con due metodi
successivi, un’intervista personale e delle interviste telefoniche. Le telefonate, indovinate un po’, erano appaltate all’esterno fin dall’inizio, mentre la somministrazione dei questionari era affidata a personale precario ma direttamente assunto dall’ISTAT. Che ora però se ne disfa. Perché lavoravano male? Perché non servono piuù? Il comunicato stampa dell’ISTAT non dice nulla di tutto ciò. Convinti quindi che si tratti di una manovra spocchiosa e ingiustificata, che fa ricadere sui più deboli una crisi che altrove viene affrontata con coraggio, non possiamo far altro che incitare i nostri colleghi precari a lottare per impedire questa sciocchezza: far cancellare le decisioni sbagliate è possibile!


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