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Published on Giugno 15th, 2009 | by Nidil_Firenze

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Rassegnamoci

Rassegna stampa
Fare la rassegna stampa in una settimana di risultati elettorali, andandoci a cercare notizie sul lavoro precario, è come andare ad una festa estiva a Villa Certosa e trovarci tutti vestiti.
Cioè: impossibile.

Allora ripieghiamo su un argomento che ha interessato in passato, se non proprio la settimana scorsa, la nostra rassegna.

Aggiorniamo infatti il dibattito aperto sulla Cassa Integrazione, abilmente riassunto da Rosa Gini 7 giorni fa, e ben lungi dall’essersi smorzato. Elezioni o non elezioni.

Iniziamo ricordando recenti dichiarazioni:
“oggi non c’è nessuno che perdendo il lavoro non venga aiutato dallo Stato. C’è la cassa integrazione per i precari, così come per i lavoratori a progetto”. Silvio Berlusconi, Porta a Porta (04/06/09).

“Si stima che 1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati non abbiano diritto ad alcun sostegno in caso di licenziamento”. Mario Draghi all’Assemblea della Banca d’Italia, Considerazioni finali (29/05/09):

“Questa è un’informazione di Draghi che non corrisponde alle cose che emergono dalla nostra conoscenza della realtà italiana”. Silvio Berlusconi, Radio anch’io (05/06/09).

Dopo una prima tornata di commenti e analisi più o meno a caldo sulla stampa (vedere rassegna settimana scorsa, appunto), ci mette bocca lavoce.info, che il 5 giugno, a firma Andrea Garnero, fa notare come il sostegno al reddito previsto dal decreto legge “anticrisi” n.185 si tratti di un intervento in via sperimentale e non di un’indennità di disoccupazione; una roba “una tantum” per i lavoratori parasubordinati attualmente a spasso che abbiano percepito tra i 5000 e i 13819 euro da un unico committente nell’anno 2008, per un sussidio che vale, per il 2009, il 20% del reddito percepito l’anno precedente, percentuale dimezzata dal 2010.
Una pacchia.
I requisiti necessari per accedere ai sussidi escluderebbero peraltro da questa ricca torta la maggior parte dei lavoratori a tempo determinato, e in particolar modo gli apprendisti e quelli con un contratto di lavoro somministrato nonché interinale.

Se poi pensiamo che il tessuto della nostra economia è costituito da imprese con meno di 15 dipendenti, sappiate che esse possono fare ricorso solamente alla Cassa integrazione guadagni in deroga con lunghi tempi di attivazione e scarse risorse.
Nel decreto attuativo, infine, non c’è traccia di interventi formativi per riqualificare i lavoratori che perdono il proprio posto, interventi precedentemente ipotizzati.

Secondo il premier, insomma, l’aiuto dello Stato sarà uguale per tutti, ma ci sono sempre quelli che sono meno uguali degli altri.

Lavoce.info non demorde: passa una settimana esatta e martedì 15 giugno il trio Berton-Richiardi-Sacchi riprende in mano la questione utilizzando un approccio diverso da quello del centro studi di Bankitalia.
Utilizzando i dati di fonte amministrativa della banca dati Whip, gli autori rispondono ad una semplice domanda: quanti sono gli esclusi?
Risposta: “la totalità dei lavoratori parasubordinati, dal 38 al 79 per cento dei lavoratori dipendenti con contratti di durata prefissata, ma anche oltre il 10 per cento dei lavoratori a tempo indeterminato. Applicando tali percentuali di esclusione allo stock di occupati rilevato dall’Istat per il quarto trimestre del 2008 e utilizzato anche da Banca d’Italia per le proprie stime (colonna 1), calcoliamo in almeno 3,2 milioni i lavoratori esclusi dalle indennità di disoccupazione ordinaria e a requisiti ridotti”.

Gli interventi del governo che gli autori descrivono (indennità di mobilità in deroga e indennità una tantum) riducono il numero dei non tutelati ad una cifra stimata tra 1,5 e 2 milioni di lavoratori.
Tuttavia, concludono gli autori, “queste stime sono poi da considerarsi caute, perché le deroghe alla concessione dell’indennità di mobilità potrebbero nei fatti essere molto meno generose di quanto ipotizzato.”

Aspettando i ballottaggi, vale la pena anche leggersi un articolo apparso su Repubblica.it lunedì 15 giugno.

Gioiamo: sono aumentate le retribuzioni. Lo dice l’Istat.

Le retribuzioni di fatto sono cresciute nel primo trimestre 2009 dello 0,1% sul trimestre precedente e dello 0,6% sul primo trimestre 2008.
Il dato è il più basso dal 2000, anno di inizio della ricostruzione delle nuove serie storiche.

D’altronde, cosa si può volere di più: con il debito pubblico che tocca un nuovo record (dati riportati nel supplemento Finanza pubblica al bollettino statistico della Banca d’Italia, citati da Repubblica) e l’occupazione UE che ha subito un calo dello 0,8% sia nell’area euro che nell’Ue-27, il doppio rispetto all’ultimo trimestre del 2008, con uno 0,1% di salario in più in tasca possiamo finalmente dire: la crisi è passata!


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