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Published on Gennaio 5th, 2010 | by Nidil_Firenze

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In cerca di lavoro (come giocare al gioco dell’oca)

stellenane«Le tue stelle sono nane»: nel romanzo di Caterina Venturini una lingua aspra e sperimentale racconta il precariato

di Lello Voce

Le stelle nane sono astri incredibilmente vecchi, corpi celesti che hanno ormai completato il loro ciclo e che si ritirano come una sorta di tzanzas (le teste umane ridotte e mummificate da certe tribù amazzoniche), esse sono, insomma, il simbolo della fine, l’allegoria di un’era che aspetta solo di spegnersi. Sono loro, nel bel romanzo d’esordio di Caterina Venturini, ad illuminare il cammino della «ragazza dalle scarpe di tufo» lungo quel gioco dell’oca che è diventata l’esperienza della maggior parte dei giovani italiani in cerca di lavoro. Sbaglierebbe, però, chi pensasse che Le tue stelle sono nane sia soltanto un romanzo sul «precariato», perché esso è molto di più, è piuttosto un accurato lavoro di dissezione e smascheramento della precarietà che ne deriva, delle conseguenze umane (e flaubertianamente «sentimentali») che essa provoca, della particolare distorsione delle esperienze a cui induce nel suo mettere in pericolo, in gioco, la vita stessa, almeno nella misura in cui essa si trasforma, per l’appunto, in un gioco, governato esclusivamente dalle regole dell’Homo Economicus. Il bisturi che Venturini adopera nella sua «notomizzazione» è poi quello della lingua, una lingua singolarmente aspra, risentita, sperimentale, che si segnala per diversità e bellezza in un panorama narrativo ormai dominato dall’iperfetazione del plot prima di tutto. La distanza che la lingua mette tra lettura e racconto, tra eventi narrati e loro fruizione è decisivo nella percezione di una carica d’attrito critico che morde il reale, che lo mette nell’angolo con la disarmante ingenuità di una ferocia fatta di prospettive che sbirciano il mondo attraverso le parole che si scelgono per dirlo, per raccontarlo, parole che agiscono come lenti, che deformano e insieme svelano, non la pelle degli eventi, ma la loro composizione interna, il grottesco dei muscoli tesi sotto la superficie di ogni sorriso di maniera. Come nel caso dell’onomastica scelta per descrivere l’affollarsi multirazziale delle nostre metropoli: certe metafore animali, apparentemente politically incorrect , ma assolutamente efficaci, funzionano come specchi, la «iena slava», il «cinghiale albanese», la «formica filippina», dicono quello che dice il nostro profondo, lo smascherano e lo rendono inoffensivo, rischiano, ma raschiano a fondo. Agisce qui, ed è evidente, l’influsso di una poetessa, Amelia Rosselli, che non a caso regala al romanzo uno splendido esergo, e costituisce un po’ l’emblema della scelta stilistica di Venturini, nel suo ricercare, prima di tutto, una propria «lingua», sia pure a costo di rischiare la «balbuzie». SCHEGGE E PEDINE Più che raccontare, insomma, Venturini descrive, scheggia con la punta affilata della lingua un paesaggio in cui poi le storie si dipanano seguendo l’ordine apparente dei livelli del gioco dell’oca, con personaggi dalla dinamica simile a biglie, o a pedine, mettendo a nudo le strutture che sottostanno al flusso apparentemente omogeneo della narrazione, scomponendolo, riducendolo a flash che alla fine si autodenunciano per ciò che sono davvero: non Erlebnis «narrabile», ma pura virtualità di una vita ridotta ormai a role-playing game, a qualcosa che può essere descritto, piuttosto che raccontato, diviso in «livelli», più che riunito dal filo di una narrazione, ricordandoci che, in ogni caso, il primo atto politico di un autore non è solo (e non è tanto) in ciò che narra, ma in come lo narra, nella lingua, nelle parole che sceglie per raccontarci la sua storia e, attraverso di esse, augurabilmente, è infine capace di smascherare le contraddizioni, quelle sì reali, della Storia. www.lellovoce.it

da L’Unità del 2 gennaio 2010


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